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Il cerimoniale

In diplomazia la forma è sostanza. Ed è forse proprio questo l’ambito in cui il seguire le regole di comportamento, i codici di relazione ha la sua massima valorizzazione. Non già perché vi sia una prevalenza del Cerimoniale sul Galateo, che non sono sinonimi anche se sovente si tende a confonderli, ma perché dal comportamento corretto in diplomazia dipendono i destini delle nazioni.

 

La differenza più marcata tra Galateo e Cerimoniale è proprio nei destinatari (e dunque negli effetti: se ad essere ineducato è un singolo al massimo s’incrina una frequentazione se a essere sgarbato è uno Stato al minimo si rischia un incidente!) perché il primo si rivolge al singolo individuo e alla sua vita personale in rapporto con gli altri, mentre il secondo si rivolge ai vari ruoli istituzionali per farli scorrere nel loro operare e nel loro rapportarsi con gli altri nell’alveo della correttezza formale che ha però una decisiva ricaduta sostanziale. E non è affatto un’esagerazione dire che per quel che riguarda il Cerimoniale siamo di fronte a norme stringenti se non addirittura cogenti.

 

E’ pur vero che fino al Congresso di Vienna il come comportarsi in diplomazia e nei rapporti istituzionali era una convenzione trasmessa oralmente, ma a partire dal 1814-1815)col nuovo insediarsi delle monarchie e dunque delle regole e gerarchie di corte e con lo svanire delle albagie giacobine le regole che determinano i rapporti diplomatici tra i vari Stati del mondo sono diventati una sorta di corpus giuridico, tanto che esiste un codice del cerimoniale oggi. I due principi fondamentali cui si ispirano queste norme sono: 

  • la reciprocità per cui ciò che viene fatto ad un nostro ambasciatore italiano all'estero deve essere parimenti applicato all'ambasciatore in visita in Italia;
  • l'uniformità di trattamento in quanto, indipendentemente dallo Stato di provenienza, ogni ambasciatore deve ricevere lo stesso tipo di accoglienza.

Al di là delle rigidità delle codificazioni si tratta di stabilire la ratio del Cerimoniale. In questo non è dissimile dal Galateo: si tratta comunque di conformarsi al buon senso, alla buona educazione, dunque in una parola il Cerimoniale è prima di tutto MISURA.  E la misura in questo caso è dato dal rango dei protagonisti, dalla natura dell’incontro, dalle circostanze in cui l’incontro si svolge. E’ come se vi fosse una flessibilità delle regole inversamente proporzionale all’importanza delle cariche e alla solennità delle occasioni: tanto più alte sono le rappresentanze e tanto più ufficiali sono le circostanze e tanto minore è la flessibilità concessa nell’applicazione delle regole. 

Nell’eseguire le regole del cerimoniale si parte dalla circostanza di maggior peso che è la visita dei Capi di Stato e del Pontefice in cui ogni cosa e ogni dettaglio sono decisi mesi prima, passando poi per le visite ufficiali dei ministri, degli ambasciatori e dei capi di governo, scemando verso visite di lavoro, di cortesia sino ad arrivare alle visite private e anche a quelle in incognito nelle quali lo Stato italiano deve comunque garantire la sicurezza di chi viene anche se in anonimato. E in quest’ultimo caso la sicurezza più difficile da garantire è quella contro il pettegolezzo e l’obbligo più stringente è la discrezione! Vi è peraltro sulle visite in incognito un’aneddotica che anima i salotti diplomatici dove il dire non dicendo è una delle abilità più ammirate e una delle maggiori occasioni di visibilità e di stima! 

Come per il Galateo anche per il Cerimoniale l’attenzione agli imprevisti è massima. Un abile e ben rodato cerimoniere deve saper scorgere da lontano le cosiddette bucce di banana e deve dimostrare un’eccezionale abilità nello schivarle. E’ come tirare di scherma con l’errore e l’imprevisto: bisogna parare, arretrare di fronte al possibile errore e poi con un colpo di fioretto centrare il bersaglio della giusta soluzione!  E’ per questo che lo stress nervoso e la fatica fisica di chi si incarica del cerimoniale sono tutt’altro che trascurabili.

Un cerimoniere all’altezza del compito deve prima di tutto considerare che le visite possono venire da rappresnetanti di Paesi di tutto il mondo che portano culture, modi, convinzioni religiose, pratiche e loro codici di comportamento ai quali il cerimoniale deve portare il massimo rispetto. E’ proprio nella diversità di colture e nella sacrale necessità di rispettarla che si nascondono le più scivolose tra le “bucce di banana”. Si capisce allora perché misura, sensibilità e buon senso non devono mai mancare nella cassetta degli attrezzi di un perfetto cerimoniere. Perché spesso la misura e il buon senso suggeriscono la soluzione giusta. Per avere un minimo quadro di questi possibili imprevisti vediamo alcuni esempi. 

 

Se si invitano ospiti di religione ebraica sarebbe sacrilego offrire loro un pur ottimo brasato di capriolo o una succulenta seppia alla brace: chi è di religione ebraica non mangia carne di animali a zoccolo duro, pesci senza squame, frutti di mare, carne che non sia stata macellata secondo il rito kosher, latte non certificato dal Rabbino e mai si deve servire carne e latte insieme; le stoviglie dove vengono offerte le pietanze devono essere lasciate in acqua e sale per almeno 24 ore. Non si stringe mai la mano a una donna, non si portano fiori ai funerali o sulle tombe, non si lavora il sabato.

Altrettanto importanti per la tradizione islamica sono le regole che vietano il consumo di carne di maiale, di alcol, pesce senza squame. Va rispettato il digiuno – da sole a sole- durante il Ramadan, il riposo del venerdì che è giorno sacro e - come per gli ebrei - non si portano fiori ai funerali e sulle tombe; le donne devono essere velate ed è un'offesa mostrare le suole delle scarpe (ecco perché l'uomo deve accavallare le gambe in maniera più stretta possibile). 

Nella cultura induista non sono contemplate carni bovine e ortaggi che crescono sottoterra, non c'è mai il contatto nel saluto. La tradizione giapponese dà ampio spazio alla forma che spesso prevale sulla spontaneità: non a caso si usano lunghi giri di parole, non è concepito il contatto fisico neanche nei saluti formali che invece si esplicano con degli inchini a 30°, 45° e 90° a seconda dell’importanza della persona che si ha di fronte (si saluta prima l'uomo e poi la sua signora); i giapponesi non gradisco il profumo ed è dunque buona regola usarne un soffio come può essere del tutto sconveniente scoprire troppo il corpo: non apprezzate sono per le signore le scollature. Non si tratta di rigidità, anche se a noi possono apparire eccessive alcune di queste cautele, si tratta solo di sapere che rispetto fa rima con accettazione di un precetto! Anche allestendo o partecipando a una colazione di lavoro o a momenti di convivialità se a tavola ci sono degli ospiti giapponesi è bene evitare piatti troppo elaborati, ma è molto apprezzata la presentazione delle pietanze, delle stoviglie e quella delle ceramiche usate: non a caso il cerimoniale del tè è ricco di suggestioni rituali nella forma, la tazza stessa diventa il fulcro della funzione, al punto tale che al maestro del tè vengono chieste dettagliate informazioni sulla tazza usata, la sua provenienza, la sua storia per poi essere battezzata con un nome che deve sarà molto rappresentativo della situazione in cui è stata utilizzata e per chi.

Altrettanto ricca di suggestioni è la tradizione del cerimoniale cinese: ci si presenta con una stretta di mano e un piccolo inchino e subito si consegna il bigliettino da visita senza mai scambiare baci o abbracci; non è affatto apprezzato il muoversi o parlare gesticolando, il ritardo è bandito, mentre è graditissimo scambiare doni (no a orologi ed ombrelli) che saranno confezionati con cura e mai utilizzando degli involucri bianchi o neri (l'ideale è il colore rosso). Durante i pasti formali si attende che inizi a mangiare il più anziano dei commensali, le bacchette non si infilano verticalmente nel cibo ed è sconveniente astenersi dal brindare. Se non si gradisce una bevanda o una vivanda, se ne lascia un pochino nel bicchiere o nel piatto. E’ un chiaro segnale che non si vuole il bis. Eh sì perché nel cerimoniale la forma è sostanza, ma ogni gesto è un segnale.

 

Petra Carsetti

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