Controgalateo

Gli anni che seguirono la contestazione del Sessantotto furono anni di grande fermento.

Furono gli anni della rivoluzione sessuale, dell’amore libero, del femminismo, dei figli dei fiori, degli hippies, del pacifismo, ma anche quelli in cui l’impegno politico divenne un imperativo morale che assunse talvolta i toni di una guerra civile ( purtroppo non solo i toni negli anni di piombo del terrorismo).

La società di quegli anni assistette ad un vero e proprio stravolgimento dei costumi: cambiarono i luoghi d’incontro, il modo di relazionarsi, di comunicare, di parlare e di presentarsi. Il tutto avvenne con la forza dirompente e l’entusiasmo, ma anche con gli eccessi e la violenza, di ogni rivoluzione.

Da una parte rimasero i “matusa” prima sdegnati, poi scandalizzati, infine attoniti. Dall’altra un variegato e confuso mondo di capelloni, figli dei fiori e contestatori in eskimo.

Spesso “l’uno contro l’altro armati” in fabbrica, a scuola e in famiglia. E le buone maniere? Certamente, per un pò, furono messe da parte vista l’urgenza di affermare ideali, valori e libertà che poco avevano a che spartire con il conformismo, il perbenismo e l’oppressione di cui l’egemone borghesia era diventata simbolo da abbattere (senza badare troppo alla forma, anzi distruggendo pure quella!).

Ma grazie al Galateo di Brunella Gasperini, anzi a quello che lei stessa definì “controgalateo”, si ricominciò a mettere ordine e a riportare sui binari della buona educazione la convivenza civile. Questa signora moderna, impegnata, brillante e spiritosa seppellì definitivamente “quel bel cadaverino di famiglia” che era diventato il Galateo.

il suo libro mise da parte “quell’insieme di regole fisse, passi obbligati, frasi fatte e gesti di rito svuotati di ogni vitalità e d’ogni autentico significato” nel nome della spontaneità, dell’elasticità, del buon senso e dell’ironia che la società ormai esigeva.

Con un linguaggio nuovo, che rifletteva il miglior spirito nuovo, affrontò i classici temi di ogni manuale di buone maniere cercando di capire, per dirla con le sue parole, “cosa funziona e cosa non funziona più, che cosa bisogna difendere, che cosa abolire, che cosa modificare, che cosa aggiungere” a partire dalla “realtà com’è non come si vorrebbe che fosse”.

Con il suo Galateo, godibile e ricchissimo, sincero e spiritoso, attuale e stimolante, si rifondarono le regole delle buone maniere contemporanee, sfrondandole da ogni inutile e fuorviante orpello.

Con garbo e determinazione, con ironia e partecipazione smascherò il maschilismo di tanta apparente galanteria, il perbenismo e l’ipocrisia di tanti genitori modello, l’ostentazione classista nascosta dietro tanta formalità; allo stesso tempo accolse e comprese anche quei valori e quei sentimenti legati alla tradizione, meno moderni e certo da lei meno condivisi, ma sinceri e portatori di una loro verità e pertanto degni di vera attenzione.

(Ri)affermò in modo definitivo che “la cortesia formale senza il sostanziale contenuto di reciproco rispetto e disponibilità, è un involucro vuoto, da buttare”.

I tempi erano definitivamente cambiati ma le relazioni umane avrebbero dovuto continuare ad essere il bene più prezioso, da trattare con cura e adeguate (buone) maniere.

“Perché”, per dirla con Natalia Aspesi, “senza buona educazione niente vita buona, ma neppure sopportabile, né serena, né dignitosa, né appagante” e perché, per citare una maestra indiscussa del saper vivere “l’assenza di regole (…) regala una falsa libertà, ormai lo sanno tutti”.


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