Il consumo del vino nell'antica Grecia

Attorno al consumo del vino ruota l’intero cerimoniale della manifestazione della cultura ellenica. A partire dal VIII-VII secolo a.C. il bere comune, denota un preciso carattere di ritualità che ha fortemente connotato l’ambiente culturale dell’antica Grecia.

 

Il termine greco che indica l’atto di bere insieme è sympósion, da sympínein, si distingue dal meno nobile symposía, che indica l’atto materiale del bere collettivamente assumendo in alcuni casi connotazioni negative. Il simposio si svolgeva dopo il deípnon (termine con il quale si indicava la cena) e consiste in una bevuta collettiva regolata da un rituale, arricchita da recitazioni di poesie e da discussioni su vari argomenti, allietata dalla musica e da spettacoli di intrattenimento.

 

Il vino, protagonista di queste riunioni, si configura come una bevanda in grado di assumere i connotati di elemento moderatore del convitto, mezzo capace di orientare le riunioni conviviali verso un clima di euforia moderata oppure di smodatezza e violenza; marcatore culturale e linea di confine tra l’essere uomini e non esserlo, bevanda in grado di aprire un varco verso gli spazi della non-cultura. In Omero l’utilizzo parco del vino corrisponde a una virtù, basti pensare ai Proci descritti come consumatori smodati di questa bevanda e corruttori dei costumi; oppure all’episodio del mostruoso Polifemo il quale, abitante di una caverna e dedito al cannibalismo, incarna l’ideale mitico di abitante dello spazio della non-cultura, sconfitto da Odisseo per mezzo del vino, un prodotto culturale , frutto della manipolazione dell’uva che i greci avevano imparato a bere diluito, mescolandolo con miele e con acqua per addolcirlo e soprattutto al fine di ridurne gli effetti.

 

L’usanza di bere vino annacquato, così come l’introduzione di questa bevanda tra i mortali, è riportata da alcune tradizioni allo stesso Dioniso che insegnò al re ateniese Anfizione a berlo con acqua, mentre un’altra tradizione racconta di una tempesta improvvisa che diluì accidentalmente il vino contenuto in un recipiente rimasto aperto.

Il fatto di non bere vino puro ma diluito con acqua si configura, nell’antica Grecia, come la regola principale del bere vino: il consumo di vino puro, infatti, nell’antichità era considerato un atteggiamento proprio dei barbari, consentito solo alle divinità. Questi ultimi proprio per il loro carattere sovrumano erano gli unici ad essere capaci di gestire gli effetti dell’intossicazione derivante dal suo consumo, mentre il vino mescolato all’acqua per l’uomo si configurava come elemento distintivo tra i Greci e i barbari. È celebre l’episodio del re Spartano Cleomene, il quale secondo quanto riportato da Erodoto prese l’abitudine di bere vino puro dagli Sciti e fu portato alla pazzia a causa di questo eccesso, così a Sparta vigeva il detto “bere alla maniera scitica” quando si voleva bere una miscela piuttosto forte.

 

Il compito di definire in quali proporzioni il vino doveva essere diluito era affidato al simposiarca che, inoltre, doveva stabilire quale fosse il numero massimo di coppe da bere, dispensando penitenze a chi contravveniva alle regole.

 

La miscela di vino e acqua, veniva mescolata all’interno dei crateri, ognuno dei quali era dedicato a una divinità, il primo a Zeus Olimpio e alle altre divinità olimpiche il secondo agli spiriti e il terzo a Zeus Salvatore. Platone nelle Leggi riferisce che bere fino all’ubriachezza non fosse conveniente in nessuna circostanza, fatta eccezione per le feste in onore di Dioniso, aggiunge che fosse inopportuno per gli sposi ubriacarsi durante il matrimonio, sottolineando la necessità di essere lucidi nel prendere la decisione che avrebbe cambiato la loro vita e, nel pieno delle loro facoltà, durante la procreazione dei figli. I giovani non avrebbero dovuto assaggiare vino fino ai diciotto anni e, successivamente, gustarlo con moderazione fino ai 30, evitando di ubriacarsi e bere troppo; mentre dopo i quaranta durante il simposio il vino bevuto dopo aver invocato gli dei, diventava sollievo della vecchiaia e strumento con cui dimenticare la malinconia e tornare giovani.

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