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Un Galateo del senso

“Galateo overo de’ costumi”, non è un caso che l’inventore del termine Galateo, Giovanni Della Casa, specifichi la natura del concetto con il termine “costume”, termine che rimanda ai comportamenti e agli abiti, evidenziando un primo legame con una superficie (l’abito) espressiva. L’abito comunica qualcosa di noi agli altri, la moda stessa è una forma d’arte e di espressione.

Quando parliamo di Galateo ci riferiamo, dunque, soprattutto a una forma di comunicazione. Attraverso gli stili ed i particolari modi di esprimersi, le persone raccontano qualcosa, coprendo, come fa un abito, qualcos’altro. Gesti, linguaggi, costumi, mode e modi di fare, come ponti tra il mondo interiore e quello esteriore, presuppongono una selezione del messaggio e almeno un interlocutore. Essi costruiscono un codice che esprime in prima istanza il comunicare stesso, il fatto che viviamo in relazione gli uni con gli altri.

Quando le nostre singolari espressioni interagiscono, infatti, creano un mondo, creano, cioè, un significato condiviso, un costume, una lingua e un linguaggio. La relazione in sé è creatrice di senso. Il Galateo, in questa prospettiva, non è l’insieme di regole di un codice, ma il vocabolario dei modi di comunicare, di una determinata cultura in un determinato tempo, uno strumento di lavoro, attraverso il quale scegliere il termine più adatto a ciò che intendiamo comunicare.

E’ quasi ovvio pensare che ogni cultura, intesa sia nella sua estensione temporale, che spaziale, abbia i propri costumi, la propria lingua e che essi restino, in quanto ricchi di un senso eccedente, sempre, in qualche modo, insondabili e “intraducibili”. Il senso “misterioso” che esprimono, nascondendolo, infatti, è il precipitato singolare e imprevedibile dell’apporto di significato che ogni singolo apre nella costruzione di un mondo comune, di un significato condiviso, attraverso il quale siamo in relazione e, in qualche modo, ci capiamo.

I costumi come “modi di fare”, di vestire, di pensare e di essere non differiscono dalla lingua, nell’esprimere un mondo singolare-collettivo. In questa prospettiva le cosiddette buone maniere più che a una serie di divieti assomigliano alla conoscenza di una grammatica, una lingua ricca di neologismi che cambiano al cambiare del contesto e di ciò che genericamente chiamiamo cultura.

Ogni società o gruppo, in quanto tale, sviluppa un codice comportamentale che racconta una attribuzione di senso collettivo, i galatei, infatti, differiscono nel tempo e nello spazio, includendo significati ed escludendone altri. La società si narra attraverso il costume, il codice, ciò che “si usa” fare, dire o indossare. Partecipare a tale narrazione è un fatto antropologico, e costituisce la foriera delle specificità che costruiscono altri sensi condivisi per altri mondi possibili, o per distinguersi dall’omologato, come recita il motto “conosci le regole per divertirti ad infrangerle”. Ma allora, quale linea comune per un galateo?

Potrebbe, infatti, sembrare che la prospettiva scelta porti necessariamente ad un relativismo che mina di per sé la costruzione di un codice. Al contrario, proprio sulla base di tale impianto teorico, consapevoli che quando parliamo di Galateo ci riferiamo ad un codice radicato in una storia, in una porzione di società e in un territorio dai confini più o meno labili, il pensiero di fondo del galateo qui proposto, è l’accoglienza, per imparare, in linea con la storia del galateo occidentale ed europeo, a divenire consapevoli del senso dei nostri gesti quotidiani e di come comunichiamo. Quando poniamo il senso dei nostri modi di fare nella relazione, la relazione ha senso. Mettere a proprio agio le persone che incontriamo non significa, quindi, rinunciare alla propria specificità o eccezionalità, ma significa comunicare, in uno scambio che valorizza ogni singolo nel fiorire di un senso e di un mondo comuni.

 

Mara  di Fabio

docente corso galateo e buone maniere avanzato

 

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